Noi donne non siamo mai innocenti

Gioco anch'io. Un progetto per adattare giochi per bimbi con disabilità gravi.
Gioco anch’io. Un progetto per adattare giochi per bimbi con disabilità gravi
22 Gennaio 2020

Non ho seguito la prima puntata di Sanremo perché mi sono addormentata, insieme a mia figlia, dopo averle raccontato una fiaba. E mi accade spesso.

Purtroppo non per tutti, ancora oggi, è la normalità ed è per questo che tengo a mettere nero su bianco, in questo mio spazio, le parole del monologo di Rula Jebreal. L’ho recuperato stamattina ed è stato come ricevere un pugno a stomaco vuoto.

Parole tanto pesanti quanto urgenti che è importante non nascondere, come la polvere, sotto il tappeto di casa nostra perché:

È possibile raccontare l’amore, il rispetto, l’affetto e la cura. Ed è il momento che queste parole diventino realtà, che non siano solo cantate ma vissute ogni giorno


  • Lei, aveva la biancheria intima quella sera?
  • Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?
  • Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?
  • Se le donne non vogliono essere stuprate devono smetterla di vestirsi da poco di buono.

Queste sono solo alcune delle frasi usate e domande rivolte alle vittime di violenza sessuale nelle aule di tribunali.

Domande insinuanti che sottolineano una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti.

Non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi o perché abbiamo denunciato troppo presto. Perché siamo troppo belle o perfino troppo brutte. Perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.

Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambini. Noi bambine tutte le sere, una per volta, raccontavamo una storia. Le nostre storie.

Erano favole tristi, non favole di mamme che conciliano il sonno ma favole di figlie sfortunate che il sonno lo toglievano.

Ci raccontavamo delle nostre madri spesso stuprate, torturate e uccise.

Ogni sera, prima di dormire celebravamo tutte insieme quelle parole di dolore. Io amo le parole. Ho imparato venendo da luoghi di guerra a credere alle parole e non ai fucili.

Per cercare di rendere il mondo un posto migliore anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.

In Italia, in questo paese magnifico che mi ha accolto, i numeri sono spietati.

Negli ultimi 3 anni sono 3 milioni e 150 mila donne che hanno subito violenze sessuali sul posto di lavoro.

Negli ultimi 2 anni in media 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze: una ogni 15 minuti. Ogni 3 giorni è stata uccisa una donna.

6 donne sono state uccise soltanto la scorsa settimana.

E nell’80% dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta, per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa.

Ci sono le sue impronte sullo zerbino. Il segno delle sue labbra sul bicchiere in cucina.

Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha perso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata dandosi fuoco.

Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva incominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi. Era stato il luogo della sua tortura.

Perché mia madre Nadia fu brutalizzata e stuprata due volte: a 13 anni da un uomo poi da un sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare.

Perché le ferite sanguinano molto di più quando non si è creduti.

L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo è incancellabile, era con lei mentre le fiamme divoravano il suo corpo. Aveva le chiavi di casa.

Mentre vi parlo c’è una donna che cammina per strada schiacciata dal senso di colpa. Senza avere nessuna colpa.

VOI NON AVETE NESSUNA COLPA.

Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo del 1973, l’anno in cui sono nata io, cercò salvezza nella musica

“Devo stare calma, devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, alle parole delle canzoni. Devo stare calma”

Recitava nel suo potente monologo “Lo stupro” in cui ripercorreva quel fatto drammatico.

Io sono diventata la donna che sono per mia madre e grazie a mia figlia, Miral, che è seduta in mezzo a voi.

Lo devo a loro, lo dobbiamo a tutte noi: lo dobbiamo a una madre, una collega, una sorella, una vicina. Lo dobbiamo anche agli uomini per bene, all’idea stessa di civiltà, di uguaglianza e all’idea più grande di tutte: quella di libertà.

Adesso parlo agli uomini: lasciateci essere quello che siamo e quello che vogliamo essere. Madri di 10 figli o madre di nessuno. Casalinghe o in carriera.

Siete i nostri complici, i nostri compagni: indignatevi insieme a noi quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare quello che le è accaduto?”.

Sono qui a parlare delle cose di cui è davvero necessario parlare.

Certo ho messo il migliore vestito e, in fondo, il senso di tutto ciò è nelle parole giuste, nelle domande giuste.

Domani chiedetevi come erano vestite le conduttrici di Sanremo, chiedete pure come era vestita la Jebreal, ma non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata come era vestita lei quella notte. Che non si chieda mai più.

Mia madre Nadia ha avuto paura di quella domanda, mia madre non ce l’ha fatta e così tante donne.

Noi non vogliamo più avere paura, non vogliamo più essere vittime, orfane, un accessorio, una quota.

Io lo devo a mia madre Nadia. Lo dobbiamo alle nostre madri e lo dobbiamo a tutte noi. E lo devo anche a me stessa. Lo dobbiamo alle nostre figlie e a quelle bambine, qui e là, che nessuno può permettersi di toglierci il diritto di addormentarci con una favola.

Noi donne vogliamo essere libere nello spazio, nel tempo.

Vogliamo essere silenzi, rumore. Vogliamo essere proprio questo: musica.


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