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C’era una volta una ragazza di belle speranze, diplomata, laureata e specializzata sempre con lode, che si affacciò nel mondo del lavoro. Non era proprio la prima volta, aveva sempre aiutato nell’azienda agricola di famiglia: fatture, bollette, scaricar cassette, tutto col sorriso. Tirocini durante gli studi.

In cerca di un lavoro iniziò il proprio percorso in un’azienda che le prometteva di crescere proprio nella mansione che voleva, partendo con un rimborso spese che di certo non la gratificava. La prospettiva era quella di imparare il mestiere che le piaceva e, anche se un po’ distante da casa, accettò entusiasta della prospettiva.

Con il passare dei giorni, ahimè, capì presto che la mansione affidata era molto diversa da quella che sperava e che l’ambiente non le piaceva: pur di trovare qualcosa che non andava, il titolare le consigliò anche di pulire il mouse. Così, tanto per far capire che lui ne sapeva. Arrivò a denti stretti fino al termine dello stage, quando le venne proposto di continuare per altrettanti mesi sempre con lo stesso rimborso. Con la consapevolezza di non poter imparar nulla di quanto voleva, decise di cercar altro e, nel mentre, partecipò anche a un bando. Si trattava di supplenze nelle scuole dell’infanzia e primarie pubbliche della provincia. Da quel che si sentiva dire, rispetto ai problemi della scuola, figuriamoci se pensava di esser chiamata.

Nel frattempo iniziò a sostenere tanti colloqui, almeno qualcuno la chiamava.

Dopo diversi incontri trovò un altro posto, più vicino a casa, ma con zero rimborsi. Allora si poteva ancora fare e la giustificazione era che, in quel momento, la congiunzione economica imponeva così. Parliamo di una multinazionale. Possibilità di crescita al 100% e proprio nell’ambito che cercava: questa volta poteva davvero imparare il mestiere. Strinse i denti ed accettò. Ogni giorno pranzo, riscaldato nel microonde della cantina, sempre sola sulla scrivania dell’ufficio. Questa volta però l’ambiente le piaceva, colleghi simpatici e bravi nel condividere il sapere. Stava imparando tanto e questo la stimolava. Al termine di questi mesi, le furono fatti tanti elogi e proposto il rinnovo, purtroppo alle stesse condizioni. Si trattava di continuare a lavorare gratis e, sinceramente, non le sembrava più il caso. Fortunatamente iniziò ad essere chiamata per far supplenze, sempre più spesso, e fu così che conobbe il suo primo vero stipendio a fine mese.

Si sentì piena d’orgoglio e tanto felice: questo significava andare a lavorare.

Quella situazione non poteva andare avanti così ancora per molto però, così, nel frattempo, continuò a cercare.

Iniziò un iter di selezione durato diversi mesi con una grande azienda del posto, fino a quando non venne scelta ed inserita con uno stage semestrale più rimborso. Al suo termine si sposò ed invitò tutto l’ufficio: aspettare altro tempo, per lei e il suo fidanzato, non aveva proprio alcun senso.

Al lavoro le cose andarono bene, grazie anche all’esperienza gratuita fatta in precedenza, e si passò al contratto: a tempo determinato di sei mesi ma, finalmente, una busta paga mensile ce l’aveva. Venne rinnovata per un altro anno e, poi, un altro ancora. Tutti la conoscevano in azienda, con tutti lavorava. Le capitava sempre più spesso di andare anche in altre sedi sparse per l’Italia.

Il suo diretto responsabile era un tipo parecchio strano: non guardava spesso negli occhi e la faceva tirar quotidianamente molto più tardi del suo orario. Nonostante l’uomo avesse una famiglia davvero numerosa, non voleva mai tornare a casa alla sera e faceva strani pensieri sulle sue collaboratrici. Vi basti pensare che propose di creare un foglio excel per pianificare le alternanze delle loro maternità. Un po’ come l’allevatore con le mucche della sua stalla. L’ansia gli era decisamente sfuggita di mano.

Dopo tre anni di contratto a termine, in concomitanza di una ristrutturazione aziendale, fu convocata nell’ufficio del direttore che le comunicò, con dispiacere, di non poterla assumere a tempo indeterminato. Immaginatevi la scena: il suo responsabile a testa bassa, senza mai guardarla in faccia, e il direttore che parlava dell’ennesima congiunzione economica andata male.

Il suo contratto sarebbe terminato i giorni seguenti e, dopo 3 anni, nemmeno le avevano fatto la cortesia di anticiparle qualcosa. La ragazza pianse solo quando tornò in ufficio, quando si trovò di fronte ad un’altra collega a tempo determinato come lei.

Dopo lo sfogo però razionalizzò la situazione: stavano finendo le giornate in cui sapeva quando entrava a lavorare ma non quando avrebbe timbrato l’uscita, stava finendo la sopportazione dell’ansia del proprio responsabile e l’agenda piena di impegni poteva buttarla nel cestino. Una liberazione. Ecco cosa le era stata appena regalata: la libertà.

Tornata a casa, ne parlò con il marito e la propria famiglia: durante l’estate sarebbe tornata a dare una mano a loro.

Oltre ad etichettare merce e a selezionare frutta, iniziò ad inviare altri curricula e venne presto contattata. Dopo diverse telefonate, aver preso treni per incontrare manager e sostenuto il colloquio finale, viene assunta per un anno in un’altra multinazionale.

Clima splendido, molto più sereno, orari sempre un po’ sballati ma molto meno.

Solo che sente che qualcosa non torna: vorrebbe tanto un figlio, ne parla con il marito, e iniziano a cercarlo. Non era nascosto molto bene perché lo trovano subito e sono davvero felici, tanto felici.

Il contratto della ragazza scadrà fra qualche mese. Porta avanti la gravidanza e, appena è certa che tutto sta andando bene, ne parla con la sua referente. Baci, abbracci, congratulazioni. Anche lei è una mamma e sa quel che sta passando. Ogni mattina, mentre va al lavoro, chiede al bambino di farsi forza per la giornata e gli promette di fare del suo meglio per tornare a casa presto la sera. Spesso non riesce a farlo, l’attività non lo permette ma ora, quando ha tanto da fare, fa un profondo respiro, si tocca il pancione con il sorriso, e continua a lavorare.

Scade il contratto il mese della sua nascita: ora sì che inizia il più bel rapporto a tempo indeterminato della sua vita. Il lavoro di certo non le manca: poppate, pannolini, lavatrici e pianti. Ninne nanne, carezze, sorrisi. Tutto ha un senso ora. E quando pensa alla manager senza figli che le chiede: “Ma non ti annoi tutto il giorno a casa?. Che fai?”. Pensa al proprio bimbo e sorride.

La ragazza della storia sono io. Ora posso permettermi il lusso di crescere in prima persona la mia bimba ed è stata sin da subito una decisione semplice, grazie a mio marito. Almeno, per questi suoi primi anni, sarà così. E’ stata una scelta ponderata e condivisa. Facciamo lavoro di squadra.

Quello che mi sento di dire, soprattutto alle altre donne come me, è di non perder tempo con persone che non vi capiscono. La vita è così impegnativa e veloce già di suo, non ne vale la pena.

La vita di ogni donna è già tormentata a sufficienza per il solo fatto di essere tale. Non sempre è semplice anzi, quasi mai, ma ho notato che le cose belle della vita fanno grandi giri e poi ritornano. Non smettete di crederci mai.

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