I calci nel sedere educano? Post di risposta a Leonardo Pieraccioni

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Ieri, mentre scorrevo le foto su Instagram, mi sono imbattuta in un post di Leonardo Pieraccioni.

Non ha bisogno di presentazioni. Impossibile non conoscerlo.

È sicuramente stato scritto in un momento di scoramento e parla di alcuni comportamenti di sua figlia, di 6 anni. Qui sotto le sue parole.

Signori! Siamo passati da “mio padre mi fulminava con uno sguardo” a “mio padre se dice di no lo fulmino“.

I nostri amatissimi pargoli sin dalla tenera età stanno prendendo dito, mano, braccio e cosce. Sono i cosiddetti scatenatissimi “nativi digitali” ma mi sa che son pure “nativi” più stronzi di un tempo!

Imparano velocissimi il nostro limite di sopportazione e sanno che “alla quinta volta di fila che glielo chiedo piagnucolando” noi cediamo. Maleducati per la nostra mancanza di fiato.

“Babbo – mi ha chiesto seria la mia – ma se io da oggi faccio tutto quello che mi dici, tu mi potresti pagare?”. La risposta doveva essere un tenero calcio nel culo alla Chinaglia e invece mi è pure scappato da ridere.

Due giorni dopo si è lamentata perché reo di averla portata nel “solito ristorante” due volte nella stessa settimana! Altra pedata nel culo mancata.

Il risultato potrebbe essere che il passaggio da “simpatica bambina birichina” a “impertinente ragazzetta stronzetta” sia già scritto.

Colleghi genitori, uniamoci! Se le nostre amorose e moderne spiegazioni sul vivere corretto sono accolte da pernacchie e risatine, risdoganiamo il vecchio e caro “calcio nel culo” dei nostri nonni; non ha mai fatto male a nessuno, anzi!

Ritorniamo, in qualsiasi modo, a quei bambini educati e felici di ricevere un balocco e non a questi che ne chiedono uno al giorno per poi scordarselo nel punto esatto di dove lo hanno scartato.

E soprattutto leviamoli davanti quel cazzo di Ipad che è solo un moderno “tavor elettronico” che mettiamo loro in mano per quando gli esauriti siamo noi.

Uniamoci, facciamolo per loro.

La mia non sta a tavola più delle sue cinque penne al pomodoro.

Credetemi, gliel’ho detto in tutti i modi possibili che si rimane seduti finché tutti non hanno finito. La sua risposta è stata sempre alzarsi e andare a giocare.

Non ci arriva a parole perché è nella natura ribelle di tutti i bambini fare così? Benissimo: userò il bonus di una terapeutica pedata nel culo, di quel tempo che fu.

Un paio a semestre riorganizzeranno sicuramente quei ruoli persi in questo lascivo vivere moderno.

Allora, parliamone. Scrivo direttamente a te Leonardo. (Mi prendo la libertà di chiamarti così. Il cognome mi fa tornare alla mente il liceo e la prof. di turno che, mentre pregavo di non essere interrogata, scorreva il registro e chiamava proprio me alla lavagna).

Caro, carissimo Leonardo.

Prima di tutto mi stai un sacco simpatico. Da sempre. E sei un bravissimo attore e uomo di spettacolo. Su questo non ci sono dubbi.

Ma qui parliamo di un’altra cosa. Entriamo anche nel mio campo e in quello di migliaia di altri genitori: qui parliamo di fare il papà. Mica è semplice. Te ne sei accorto anche tu.

È un po’ come fare la naja mentre scoppia la guerra. Inizi pensando di cavartela con qualche mese di servizio e poi finisci dietro la barricata, in un paese straniero, per una missione di pace.

Rende l’idea?

Analizzo il tuo post punto per punto, così come l’hai scritto.

Imparano velocissimi il nostro limite di sopportazione e sanno che “alla quinta volta di fila che glielo chiedo piagnucolando” noi cediamo.

Eh, no, caro Leonardo. Questo è un grave errore. Se decidi che è un no, deve rimanere un no. Non puoi cedere al bombardamento ai m*roni e concedere. È vero, è difficilissimo, ma devi sopportare le urla. Le grida disperate. I rotolamenti a terra. I pugni sul muro. Il lancio dei giochi. Gli occhi colmi di lacrime.

Importante è spiegare il perché del no. Poi basta. Usa la tua corazza da papà e alza alto il vessillo della tua autorevolezza. Non c’è bisogno di una pedata nel culo. Basta spiegare, sopportare e non arretrare.

Valuta tu quando è il caso di farlo. Dire sempre no, credo sia altrettanto sbagliato che dire sempre sì. Con la mia piccola, quando si fissa su una questione, mi accorgo che avrà un sicuro futuro da soprano. Così mi chiedo se è il caso di assecondarla o no. Se non voglio, la lascio sbollire un po’ e poi la distraggo proponendole un’attività che possiamo fare trascorrendo del tempo insieme e sono certa può piacerle. Funziona quasi sempre.

Ieri sera me la sono cavata con dei disegni a mano libera. Altre volte con colori e colla. Forbici e giornali. Costruzioni. Insomma, puoi scoprire cosa è meglio per lei solo provando.

“Babbo – mi ha chiesto seria la mia – ma se io da oggi faccio tutto quello che mi dici, tu mi potresti pagare?”

E tu puoi risponderle che va bene, a patto che lo stesso valga anche per lei: se la mettiamo sul piano economico, per essere giusti, anche tu devi essere retribuito per TUTTO quello che fai per lei ogni santissimo giorno. Poi, se hai tempo e lei non demorde, potete scrivere insieme anche una bella lista ed accordare un prezzo per ogni voce.

Ad esempio:

preparare la colazione = 3€

svegliare = 2€

lavare e vestire = 5€

e così via.

Alla fine, tirata la riga del totale, si renderà conto di quante cose fai per lei e che sono enormemente di più di quelle che può far lei per te. Insomma, ti dovrebbe dar lei la paghetta e non credo le faccia piacere 🙂

La mia non sta a tavola più delle sue cinque penne al pomodoro. Credetemi, gliel’ho detto in tutti i modi possibili che si rimane seduti finché tutti non hanno finito. La sua risposta è stata sempre alzarsi e andare a giocare.

Non sai quanto ti sono vicino. La mia, al ristorante e perfino dai nonni, fa proprio come la tua. Hai voglia a portare con te giochi, libri, colori per farla rimanere seduta. Non c’è verso.

E allora che faccio? Mi alzo e vado a fare un giretto fuori dal ristorante con lei. Anche se non ci sono giochi. Anche se c’è un caldo da sciogliersi. Anche se ho una fame da mangiarmi il tavolo. La assecondo un pochino per poi cercare di rimetterla seduta, magari in vista del dolce.

Non sai quante volte, a cena fuori con coppie senza figli, ho perso delle portate e la convivialità.

In queste occasioni mi è capitato di usare anche il cellulare o il tablet, proprio come ultima spiaggia. Un semplice cartone animato può salvare molte situazioni. E non è la morte di nessuno, sempre che le vada di vederlo.

La mia piccola, in realtà, adora le foto della sua gatta. Le scorre sullo smartphone e poi le fa vedere orgogliosa a tutti i commensali. Il cellulare lo prende in mano SOLO in quelle occasioni perché è piccola ed io e suo padre l’abbiamo abituata così.

Insomma, in un modo o in un altro anche il pranzo o la cena al ristorante finisce e a casa, per fortuna, è tutta un’altra storia. Almeno per me.

Eppure credo sia solo una fase. Me lo ripeto come un mantra.

Alla fin fine son convinta che i calci nel sedere non servano mica a risolvere nulla. Se ne dai, credimi, non è per il suo bene. Sono utilissimi solo per sfogare la nostra rabbia e frustrazione.

Io non ne ho mai avuti, ad esempio, ed ho comunque sempre mostrato rispetto per i miei genitori. Potrebbero confermarlo anche loro.

Conosco persone che ne hanno ricevuti e, ti assicuro, li ricordano ancora con dolore ed umiliazione. Come una parentesi della loro infanzia difficile da dimenticare.

Se la soluzione fosse così semplice, caro Leonardo, il nostro sarebbe un mondo di persone educatissime. Eppure non mi risulta.

Tutto è enormemente più complesso e difficile da conquistare. Elogiare i comportamenti corretti è il primo passo verso un cambiamento di rotta. Comunque non è sempre facile, questo lo riconosco.

È evidente. Perciò non mi resta che darti il mio benvenuto nel club dei genitori che a volte sbroccano. Non sei solo.

Nel nostro caso, per entrambi, è solo l’inizio. Ci risentiamo per l’adolescenza. Sempre che sopravviviamo 🙂

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